La concezione dominante presente nella gran parte delle imprese italiane è che lavorando di più si produca anche di più. Noto sempre più spesso manager che rimangono in ufficio fino a tardi insieme ai propri collaboratori e questa tendenza non riguarda solo momenti critici o in prossimità di scadenze immediate. Sembra quasi che con la crisi il lavoro sia addirittura aumentato.
Questa propensione a rimanere più tempo in ufficio riguarda in particolare quelle aziende in cui prevale la cultura del controllo, i cui manager spesso insicuri, richiedono la presenza ad oltranza dei propri collaboratori.
Non sono poche le aziende in cui è normale rimanere ben oltre le 20.00. Di recente mi è capitato di collaborare con un’azienda in cui, quando verso le 18 un dipendente si accingeva ad uscire, veniva apostrofato dal suo responsabile con un… “Oggi fai solo mezza giornata eh?!”
Una recente ricerca del centro studi OnePoll su un campione di lavoratori milanesi ha evidenziato che la maggior parte di loro si sente “psicologicamente costretto a non mollare mai per non perdere posizioni”.
Persino la diffusione dello smart working, che permette ai dipendenti di lavorare almeno un giorno la settimana da casa e concepito per migliorare il rapporto “lavoro-vita personale”, in molti casi porta ad un aumento delle ore totali lavorate. Succede infatti che molti collaboratori occupino lavorando il tempo normalmente impiegato negli spostamenti casa-lavoro.
In teoria l’innovazione tecnologica sul lavoro avrebbe dovuto ridurre notevolmente lo sforzo umano, liberando più tempo per la riflessione e per il pensiero creativo, contribuendo ad immaginare nuove possibilità ed ad innovare sistemi, prodotti e servizi. In realtà sta succedendo l’opposto: le persone se non stanno sul posto di lavoro fisicamente, rimangono connesse mentalmente al proprio ruolo, sempre più preoccupate di perdere qualche informazione vitale per la propria sopravvivenza professionale.
Accade sempre più spesso che vengano scambiate mail e messaggi di lavoro anche durante il week end, cioè in un momento che dovrebbe essere dedicato al recupero delle energie fisiche e mentali. Di fatto si allunga la settimana lavorativa entrando nel “suolo sacro” del contesto familiare.
E’anche vero che parte della responsabilità sta nella disponibilità di quelle persone che, poveri socialmente e non avendo altri interessi, dedicano la gran parte del loro tempo al lavoro. Sono gli stacanovisti o “drogati da lavoro” che sempre e comunque presenti, entrano più facilmente nelle grazie dei manager, creando però un forte fattore di squilibrio all’interno del team.
Chi mal sopporta le troppe ore lavorate è più nervoso, presenta disturbi di insonnia, fa fatica a concentrarsi, fino a raggiungere livelli di stress intollerabili e quindi rischiando il burn out. In Giappone per descrivere questo fenomeno è stato coniato il termine Karoshi, che può essere tradotto con “lasciarci le penne per troppo lavoro”.
Senza arrivare a questi estremi, anche in Italia sono in aumento i casi di stress da troppo lavoro, insieme alla dipendenza da psicofarmaci e alle cause di divorzio dovute a problemi sul lavoro.
Lavorare di meno senza diminuire la produttività è possibile
In molti Paesi si stanno diffondendo casi di aziende che hanno ridotto l’orario giornaliero o la settimana lavorativa. Alcuni esempi:
Quella di diminuire l’orario di lavoro scommettendo su un livello di produttività almeno invariata rappresenta una scelta coraggiosa fatta da imprenditori ed aziende lungimiranti all’interno di Paesi con culture avanzate, che hanno un forte senso di responsabilità individuale e spirito di squadra.
E in Italia sarebbe possibile ipotizzare la riduzione dell’orario di lavoro?
Sicuramente i lavoratori sarebbero molto contenti, come dimostrano le percentuali di impiegati che chiedono il part-time rinunciando a buona parte dello stipendio per avere più tempo libero. Ma da noi la situazione è più complessa.
E’ necessario infatti analizzare il tema della produttività e dell’efficienza lavorativa del Paese in un quadro più ampio, che va dal livello di innovazione e digitalizzazione (che abbiamo detto essere uno dei più bassi d’Europa), ad una cultura individualista ancora lontana dal senso civico e dal concetto di bene comune.
Se poi consideriamo il livello dei servizi e in particolare dei trasporti ad esempio in una città come Roma, ci possiamo rendere conto di quanto possa essere difficile aumentare la produttività se i lavoratori sono costretti a passare oltre 2 ore al giorno nel traffico per raggiungere il posto di lavoro. E’ comprensibile se, una volta arrivati in ufficio, per riprendersi dallo stress subito si concedono pause caffè un po’ più lunghe del normale.
Anche in Italia però non mancano esempi di imprenditori virtuosi.
E’ il caso di Brunello Cucinelli, considerato l’unico vero “imprenditore umanista” italiano. Per Cucinelli far lavorare i propri dipendenti la “giusta” quantità di tempo (dalle 8 alle 17.30, manager inclusi) e interdire tutte le connessioni con il lavoro una volta usciti dall’azienda, rende i lavoratori più soddisfatti, ma è anche un vantaggio per l’azienda. Permettendo alle persone di sgombrare la mente da tutti i pensieri della giornata e facendo recuperare loro freschezza fisica e mentale, la mattina successiva tutti avranno le giuste energie per garantire il massimo contributo, che si traduce in alti livelli di produttività.
Per le aziende aumentare la produttività vuol dire investire per organizzare meglio il lavoro, definire e condividere con chiarezza la visione strategica e gli obiettivi prioritari, focalizzare l’attività delle persone su ciò che ha maggiore impatto sul business. Ma come abbiamo detto ci si scontra spesso con manager insicuri che sono sempre immersi in un susseguirsi di attività frenetiche: passano da una riunione all’altra, sono gli unici in grado di risolvere problemi e criticità e sono perennemente distratti da mail e telefonate urgenti.
Come spiega bene l’articolo “Beware the busy manager” di HBR, (https://hbr.org/2002/02/beware-the-busy-manager) molti manager sono sempre occupati in attività improduttive e non trovano mai il tempo per riflettere e concentrarsi su attività significative per lo sviluppo del business.
Per fortuna sono in crescita le aziende che, perseguendo l’eccellenza operativa, stanno investendo nella crescita dei propri manager.
Come consulente FranklinCovey sto notando un grande interesse verso un approccio manageriale che mira a coinvolgere e responsabilizzare i collaboratori attraverso l’adozione di nuove abitudini comportamentali. Il manager definisce la strategia e gli obiettivi, lasciando liberi i propri collaboratori di definire le più opportune attività, oltre che i modi e i tempi per la loro implementazione. Agendo in questo modo il manager si libera da molti impegni (!), mentre il team sperimenta nuove soluzioni per la risoluzione dei problemi o per sfruttare nuove opportunità.
Come diceva Edward Deming, “le persone che sono più vicine al lavoro capiscono meglio i rapporti causa – effetto.”
E’ un cambiamento radicale nel ruolo del manager che ha un effetto diretto sui comportamenti del team: il maggior coinvolgimento delle persone determina l’incremento dell’impegno individuale, una maggiore responsabilizzazione verso il ruolo e il miglioramento della soddisfazione sul lavoro.
La conseguenza inevitabile è l’aumento della produttività.