Come tanti criceti sulla ruota, acceleriamo il ritmo delle nostre attività, cercando di fare più cose contemporaneamente e pensando così di essere più produttivi. In realtà, quando la sera finalmente usciamo dall’ufficio, ci sentiamo esausti e proviamo un senso di frustrazione per non essere riusciti a concludere niente di rilevante.
Queste situazioni che riscontro spesso nelle aziende con cui collaboro, determinano in primo luogo un diffuso senso di impotenza rispetto alla possibilità di cambiare le cose e il tentativo di giustificarsi incolpando gli altri o i propri limiti. Le persone reattive si riconoscono da come si esprimono: “Da noi funziona così e io non ci posso fare niente…” “Sono obbligato e fare così…” Non ho scelta…” E’ tutta colpa del capo, del collega, dei clienti…”
“Non c’è nulla di così inutile dei manager molto efficienti nel fare cose inutili “ – Peter Drucker
Anche ai livelli più alti la situazione non migliora, anzi sempre più pressati dalle richieste del top management e da obiettivi sempre più sfidanti, i manager intermedi si lamentano della quantità di impegni quotidiani e passano il tempo a giustificare la propria inefficacia dicendo. “non ho budget…, non mi danno le persone giuste…, ho una buona idea, ma non me la faranno mai attuare …”. La conseguenza, come scrive Sergio Casella nel libro “ Vincere la paura in azienda”, è che in molte aziende i manager sono bloccati dalla paura e non riuscendo a prendere nessuna decisione importante, sono inefficaci nel loro ruolo e mettono a rischio la sopravvivenza delle aziende stesse.
Quelli descritti sopra sono tutti linguaggi dettati da un approccio reattivo al contesto. Ai tanti stimoli che riceviamo quotidianamente a volte reagiamo come i cani di Pavlov, dimenticandoci che gli uomini, a differenza degli animali, sono dotati della libertà di scelta e che tra lo stimolo e la risposta possiamo fermarci a riflettere attingendo alla nostra consapevolezza, alla coscienza, alla volontà ed all’immaginazione. Ciò vuol dire che, indipendentemente dalla nostra storia e dal contesto in cui operiamo ed utilizzando al meglio le nostre facoltà, abbiamo la possibilità di realizzare i nostri obiettivi e il nostro potenziale.
Come ci ha insegnato Stephen Covey, se vogliamo migliorare la nostra efficacia personale e professionale, dobbiamo sviluppare il nostro spirito d’iniziativa e il senso di responsabilità (intesa come abilità di risposta) riguardo a ciò che ci accade, in una parola dobbiamo sviluppare la nostra proattività.
Ma come definiamo la proattività?
Per il Coaching Umanistico è la potenzialità umana che motiva l’elaborazione di una risposta creativa ad un cambiamento e ci spinge all’azione. Ciò implica innanzitutto un cambiamento in noi stessi, nel nostro modo di vedere e interpretare le cose ed include la capacità di immaginare ed elaborare nuovi metodi e nuovi comportamenti. Decidere di uscire dalla logica del vittimismo o della giustificazione implica impegnarsi per dare un senso al nostro lavoro e definire quale sarà il nostro contributo (vedi l’articolo “Qual è la tua Mission?”), per poi definire obiettivi e priorità, formarsi per migliorare le competenze, selezionare le giuste relazioni ed individuare i nostri alleati.
Essere proattivi significa innanzitutto abbandonare il linguaggio reattivo.
Il linguaggio proattivo è il linguaggio della leadership – Rajan Kaicker
Anche nelle situazioni più difficili dal punto di vista dei risultati, dei conflitti interni o della mancanza di risorse è necessario fare attenzione al modo in cui comunichiamo. Un linguaggio proattivo include: “Ho scelto di….Farò questo… Noi possiamo… Immaginiamo di … Consideriamo le diverse alternative”. In questo modo dichiariamo agli altri la nostra responsabilità nel ruolo ed apriamo una porta verso nuove possibilità, fino a rendere probabile la realizzazione di ciò che ritenevamo impossibile.
Le persone proattive riescono ad ampliare la propria influenza nel contesto in cui operano. Anche se non hanno l’autorità formale del livello gerarchico, non si arrendono di fronte agli ostacoli ed alle difficoltà, ma si concentrano su ciò che è sotto il loro controllo e sperimentano soluzioni innovative per superarle.
Come si fa ad aumentare la propria pro attività?
Una delle esercitazioni più efficaci che svolgo con i gruppi di lavoro per sollecitare la loro proattività, consiste nell’immaginare che se non avranno successo nel raggiungimento di un determinato obiettivo, il loro reparto verrà chiuso. All’inizio le persone rimangono scioccate, ma in poco tempo si libera una grande energia: riescono ad elaborare moltissime idee e proposte che vengono sottoposte ad un processo di verifica sulla possibilità di realizzarle, fino ad arrivare alla scelta di quella migliore. Rimango sempre stupito quando mi rendo conto che quando permettiamo alle persone di riflettere approfonditamente e pensare “out of the box”, in poco tempo riescano a trovare risorse ed a sperimentare soluzioni inimmaginabili.
Un altro aspetto che contribuisce ad aumentare la nostra influenza sul contesto in cui operiamo e di conseguenza la nostra autostima, è la capacità di prendere impegni e di mantenerli nonostante sopraggiungano distrazioni o nuove richieste. Riuscire a dire “NO” alle richieste dei nostri colleghi o addirittura del nostro capo, dimostra un grande allineamento rispetto ai propri valori ed alle proprie priorità e sviluppa senso di responsabilità e fiducia in se stessi.
Come si fa a dire “No”?
Un buon metodo per capire quando è opportuno non rispondere subito a tutte le richieste, è quello di elencare tutte le attività quotidiane che non sono funzionali ai nostri obiettivi prioritari, ma rappresentano le necessità degli altri, mentre per noi sono solo ulteriori elementi di distrazione.
Buon allenamento!