Ognuno di noi, anche se non particolarmente esperto della materia, è in grado di riconoscere performance di talento: ad esempio quando ci fermiamo stupiti ad osservare un bambino che palleggia sulla spiaggia come un calciatore professionista, ad ascoltare un musicista di strada che ci fa emozionare o ad ammirare l’opera di un giovane artista ancora sconosciuto. Riconosciamo una performance di talento proprio perché è in grado di suscitare in noi un forte senso di stupore e di ammirazione per l’opera e per chi la esegue. In questo senso l’espressione del talento genera emozioni positive e condivise in chi ne assiste, producendo un senso di benessere a livello individuale e sociale. Il problema è che i così detti “talenti naturali”, senza un programma di allenamento intenzionale e ben strutturato in funzione delle caratteristiche specifiche della persona, hanno vita breve. Basti ricordare i tanti campioncini in erba che avvicinandosi alla maturità si sono persi nel dimenticatoio. In questi casi, essere dotati da madre natura è stato addirittura controproducente perché i talenti naturali all’inizio non hanno dovuto faticare più di tanto per ottenere buoni risultati. Quando poi crescendo si sono confrontati con sfide più ardue e i risultati sono stati deludenti, spesso hanno optato per la rinuncia.
Ma il talento è quindi riconoscibile solo per le performance di livello superiore?
Facendo riferimento al talento in campo sportivo, ha fatto scalpore qualche anno fa il libro Open di Andre Agassi, uno dei più discussi e vincenti tennisti di tutti i tempi.
Costretto fin dall’età di 4 anni ad allenarsi duramente da un padre determinato a farne un campione, è riuscito ad ottenere una serie di successi incredibili, come vincere tutti e 4 gli Slam (US Open, Australian Open, Wimbledon e Roland Garros) e arrivando al vertice della classifica ATP per ben 6 volte in 8 anni .
Tutto bene dunque?
Non tanto se consideriamo che la sua autobiografia inizia con “Io odio il tennis, lo odio con tutto il cuore… l’ho sempre odiato”.
Da alcune frasi riusciamo a capire il travaglio interiore di Andre quando scrive “la mia vita non mi è mai appartenuta neppure per un giorno” o “vincere non cambia niente… ciò che provi dopo aver vinto non dura a lungo” o “se essere il numero uno mi fa sentire vuoto, insoddisfatto, che senso ha?”…. “Questo conflitto tra ciò che voglio e ciò che effettivamente faccio mi appare l’essenza della mia vita”.
Sappiamo che Andre Agassi ha cercato con le sue innumerevoli stravaganze e provocazioni di esprimere il suo malessere e ribellarsi a ciò che percepiva come una costrizione, ma solo con la maturità e dopo aver smesso di giocare, oggi sembra aver raggiunto la piena serenità dedicandosi a importanti iniziative umanitarie.
Dalla storia di uno dei campioni più vincenti di tutti i tempi comprendiamo che riuscire ai massimi livelli in una disciplina non produce sempre soddisfazione e felicità. Senza uno scopo chiaro, senza la possibilità di fare delle scelte in armonia con i propri desideri, senza la possibilità di costruire relazioni umane piacevoli, il solo talento tecnico non porta alla propria realizzazione personale e quindi è una forma di talento incompleto.
Una strada diversa è quella di perseguire lo sviluppo del talento in senso umanistico, che in quanto tale:
E il talento sul lavoro?
Per la mia esperienza, la maggior parte delle aziende ragionano con un vecchio paradigma: per raggiungere obiettivi sempre più sfidanti si preferisce “rottamare il vecchio” per assumere giovani collaboratori “di talento” valutati sulla base di CV roboanti ed elevate competenze tecniche. E i risultati sono spesso non in linea con le aspettative.
E’ anche vero che la competenza frutto dell’esperienza da sola non basta. Ripetere le stesse cose rimanendo nella zona di comfort non produce miglioramento, anzi si rischia di dare per scontate situazioni già note, sottovalutando l’analisi e non accorgendosi degli elementi differenzianti.
Ma anche l’acquisizione di nuove competenze, soprattutto se non coincide con l’aumento della motivazione e della soddisfazione delle persone, non è detto che porti ad un aumento della produttività. Come spesso succede nell’erogazione di corsi di formazione standard, in assenza di un piano di sviluppo individuale chiaro e condiviso e della definizione e monitoraggio di obiettivi graduali e raggiungibili, l’apprendimento di nuove competenze rischia di rimanere un esercizio fine a se stesso.
Qual è allora la concezione di talento umanista in azienda?
Nella concezione umanista l’azienda diventa una palestra, un campo di allenamento in cui tutti hanno l’opportunità di sviluppare i propri talenti e in cui la ricerca del bene personale (cioè la propria realizzazione professionale) coincide con il bene dell’azienda (cioè la realizzazione della sua Vision).
In queste aziende ognuno definisce il proprio contributo sulla base delle proprie attitudini, passioni e vocazioni e in cui il piano di sviluppo delle competenze si basa sempre sul creare le migliori condizioni per lo sviluppo delle proprie potenzialità.
Il primo passo è acquisire una maggiore consapevolezza: “mi piace quello che faccio? Quanto sono allineato con i valori e la visione aziendale? In che area vorrei dare il mio contributo?”
Solo in questo caso sarò disposto ad affrontare un duro programma di allenamento intenzionale per sviluppare nuove competenze attraverso l’allenamento delle mie potenzialità, come l’autosuperamento, il coraggio, la perseveranza, la creatività… fino ad acquisire la capacità di incidere sulle performance e sul contesto di lavoro e in cui il mio bene personale coincide con il bene dell’organizzazione.
L’allenamento intenzionale è costituito da fasi di apprendimento seguite de fasi di sperimentazione sul campo e richiede un feedback costante da parte di un esperto (il manager Coach) per interpretare ed elaborare successi e fallimenti in un’ottica costruttiva e di miglioramento continuo verso l’eccellenza operativa.
La motivazione personale e del team si alimenta nel momento in cui si realizza la possibilità di fare scelte in autonomia, di acquisire nuove competenze in linea con il progetto di sviluppo, di relazionarsi con gli altri in modo empatico e sviluppando il senso di appartenenza all’azienda. Le relazioni sono orientate ad uno spirito di collaborazione e confronto continuo, nella ricerca delle soluzioni più appropriate per il bene della squadra e dell’organizzazione.
I risultati dei collaboratori vengono valutati non solo sui risultati, ma soprattutto sulla base del processo e delle competenze acquisite, mentre si aggiungono significativi indicatori di performance rivolti al monitoraggio del benessere delle persone.
Come potrebbe cambiare il ruolo di manager e collaboratori in un’azienda che ha intrapreso il percorso per lo sviluppo del talento umanista?
Cosa può fare ognuno di noi per trasformare il lavoro in un una realtà orientata al benessere e al talento?
Ne parleremo negli eventi che organizzeremo nel corso dell'anno insieme ai colleghi coach umanisti. Nel frattempo, se volete, inviatemi i vostri commenti e le vostre esperienze su questo tema.