Noi italiani però andiamo oltre: su circa 22 milioni di lavoratori (è occupato solo circa un terzo della popolazione), l’84% vorrebbe cambiare lavoro, solo il 3% sente un senso di appartenenza alla propria azienda (contro il 31% degli altri Paesi) e ci sono ben 11 milioni (cioè il 50%!) che fanno uso di psicofarmaci.
I sintomi della demotivazione sul posto di lavoro sono piuttosto evidenti: poco o nessun interesse in quello che si sta facendo, deconcentrazione, noia, apatia. Nel tempo questa situazione si riflette nell’assenteismo “per malattia” e spesso con un alto turnover.
Le facce che si incontrano il lunedì mattina esprimono bene la frustrazione dovuta alla consapevolezza di quanti giorni ancora mancano al… ”grazie a Dio è venerdì!”
Nello stesso tempo, offrendo un po' del mio tempo in attività di volontariato presso una Onlus di Roma che si occupa di giovani rifugiati, riscontro una situazione radicalmente differente: persone sempre sorridenti, animate da una grande motivazione personale e felici di offrire spontaneamente il proprio contributo. La domanda che di conseguenza mi sono fatto è: cosa spinge tante persone a fornire il proprio tempo ed a coinvolgersi in un’attività spesso impegnativa … per di più gratuitamente!
Già perché è dimostrato che i soldi sono importanti per motivare le persone a dare il proprio contributo, ma fino ad un certo punto. Il Satisfaction Report 2018 ci dice che 3 italiani su 10 si dicono fortemente insoddisfatti della loro busta paga, dato abbastanza prevedibile se pensiamo che con la crisi si sono abbassati gli stipendi un po’ dappertutto. E’ anche vero però che anche oggi nella scelta di cambiare lavoro, la retribuzione impatta solo nel 32% dei casi. Altri dati ci dicono che chi ha fatto carriera nonostante la crisi e può contare su un’ottima retribuzione non è più motivato degli altri. La retribuzione infatti è importante per garantire una certa sicurezza economica (come insegnava la scala dei bisogni di Maslow), ma al di sopra di una certa soglia (che varia da Paese a Paese e in base alla percezione personale, titoli acquisiti e ruoli ricoperti) retribuzione ed avanzamenti di carriera hanno una rilevanza sempre inferiore.
D’altra parte è anche vero che avere in azienda collaboratori motivati vuol dire avere clienti più fedeli, progredire nella produttività, nelle vendite e soprattutto nell’innovazione.
La capacità di motivare è una delle competenze fondamentali di un manager: a parità di competenze un lavoratore motivato avrà una performance con un rendimento molto superiore ad un’altra persona poco motivata. Questo è il motivo per cui non c’è organizzazione che
(almeno nelle intenzioni) non presti attenzione a mantenere alta la motivazione dei propri collaboratori.
Alcune aziende provano a risvegliare la motivazione dei propri dipendenti ingaggiando motivatori di fama o organizzando eventi outdoor di ogni tipo: ponti tibetani, rafting, corsi di sopravvivenza, camminate sui carboni ardenti…. E qui se ne vedono delle belle! Qualche tempo fa il Corsera ha riportato quello che è successo in un ristorante vicino Roma: ”Nove agenti immobiliari ustionati al Motivation Day…” e la causa non è stata certamente la bassa motivazione dei partecipanti.
In questo senso negli ultimi anni sono fiorite le società pronte ad offrire eventi motivazionali di ogni tipo, definiti di Teambuilding. Io ne ho fatti alcuni quando ero in azienda, ho passato bellissime giornate in mezzo alla natura, mi sono divertito con i colleghi, in quel momento ho anche pensato che insieme avremmo potuto lavorare come una vera squadra. La prospettiva di un cambiamento reale e la relativa motivazione è naufragata il giorno successivo tornando in ufficio, quando nulla era cambiato ed oltre al lavoro della giornata si sommava quello del giorno passato in “outdoor”.
Un altro tema sempre più importante è il “work-Life balance”, cioè la ricerca di maggiore equilibrio tra vita privata e lavoro (richiesto dal 41% dei dipendenti). Ecco allora che le aziende (spinte anche da una nuova normativa) si stanno ingegnando per far lavorare le persone da casa almeno un giorno a settimana (smart working), altre offrono palestre in ufficio, corsi di Yoga e meditazione ed altre, rendendosi conto che dopo una certa ora la produttività cala, spingono addirittura i propri collaboratori ad andare a fare l’aperitivo… E’ già qualcosa per chi ad esempio vive in una città come Milano o Roma, ha una famiglia ed ha mille impegni…ma evidentemente ancora non basta!
Vediamo allora cos’è che fa aumentare la motivazione delle persone. Frederick Herzberg è stato uno psicologo americano che ha individuato i fattori motivanti di base che ha chiamato «fattori igienici». Sono la sicurezza e le condizioni sul lavoro, la supervisione da parte di un responsabile, un ambiente che favorisce le relazioni interpersonali, una “giusta” retribuzione. Si chiamano le condizioni “di base” perchè se non ci sono portano demotivazione (pensiamo se lavorassimo in un posto insicuro, sporco o senza aria condizionata…), ma che se ci sono non motivano le persone: ai nostri tempi sono considerate le condizioni necessarie (ma non sufficienti) per permettere alle persone di lavorare.
Oggi le cause della demotivazione sono più evolute. Patrick Lencioni è uno scrittore americano che ha individuato 3 cause principali di quello che lui chiama “lavoro miserabile”: 1) le persone percepiscono di essere dei “perfetti sconosciuti” per i loro stessi manager (“Come si chiama quello?”); 2) le persone non capiscono come il proprio lavoro contribuisce al raggiungimento della missione aziendale 3) le persone non riescono a capire come stanno performando, cioè non conoscono la misura del proprio contributo: un po' come se giocassimo una partita a tennis o a basket senza mai tenere il punteggio… dopo un po' ci annoieremmo.
I fattori motivanti sono quindi legati alla percezione che hanno le persone di poter dare un proprio contributo, di incidere sui risultati avendone un riconoscimento e soprattutto di poter crescere nelle proprie competenze e quindi nelle posizioni di maggiore responsabilità.
Per molte aziende, ciò equivale ad un cambiamento radicale del paradigma dominante: vuol dire coinvolgere i collaboratori nella visione e nella strategia, definire nuove sfide ed assegnare obiettivi chiari e raggiungibili, ascoltare di più e parlare di meno, fornire un feedback puntuale, usare una delega attenta, condividere un programma di sviluppo delle competenze individuali e soprattutto permettere alle persone di lavorare dove si possano esprimere al meglio. Se un’azienda ha intrapreso questo approccio oltre alla motivazione dei collaboratori, farà aumentare anche il senso di fiducia nei confronti dell’azienda stessa. E’ stato infatti calcolato che un 10% di aumento della fiducia equivale ad un aumento salariale del 36%! Così anche i direttori finanziari potranno smettere di preoccuparsi se non hanno budget per distribuire premi e benefit ai propri dipendenti.
Per riassumere, mentre il costo per l’azienda di un collaboratore demotivato è enorme, nelle organizzazioni che favoriscono la motivazione dei propri collaboratori, gli stessi manager lavorano meglio, riescono ad essere più produttivi e contribuiscono al benessere aziendale e sociale.
Ma la domanda che ascolto spesso è: come faccio a trovare la motivazione in un ambiente totalmente demotivante? Come Coach Umanista penso che quello che stiamo vivendo sia un periodo di grandi opportunità. A fronte di una crisi delle istituzioni, le persone hanno la possibilità di realizzarsi in ogni ambito della propria vita raggiungendo i propri obiettivi grazie ad una nuova consapevolezza ed alla possibilità di accedere praticamente gratuitamente alla conoscenza di tutte le più svariate discipline. Nel lavoro quello che ci spinge è la motivazione all’eccellenza, cioè la tendenza ad autosuperarci, di fare meglio un compito per raggiungere traguardi che all’inizio ci sembravano impossibili. Per poterci realizzare nel lavoro, vogliamo avere un certo grado di autonomia, vogliamo cioè avere la possibilità di creare o almeno di influenzare la realtà che ci circonda. Cominciamo quindi a pensare come vorremmo svolgere meglio le nostre mansioni ed a chiederci se quello che stiamo facendo è il lavoro che abbiamo scelto perché ci piace o perché era l’unico che ci hanno proposto. La spinta all’eccellenza ci porta inoltre ad accrescere le nostre competenze e continuare a migliorarci: anche se l’azienda non ci inserisce in corsi di formazione, sentiamo la necessità di leggere libri, di iscriverci a corsi di formazione e di laurea (che oggi grazie al web abbiamo la possibilità di frequentare in remoto da casa). Vogliamo inoltre creare delle relazioni sane, vogliamo cioè poter sviluppare insieme ai colleghi il senso di appartenenza ad un team non per «giocare ad essere una squadra”, ma per condividere gli stessi valori e fare in modo di realizzare ciò in cui crediamo, secondo il principio che lavorando insieme si realizza più della somma dei singoli componenti.
All’opposto c’è chi, spinto da motivazioni estrinseche (soldi, carriera, riconoscimento, potere…), passa la vita intera al lavoro (Marchionne docet). Purtroppo il fatto di riuscire a realizzarsi nel lavoro non compensa l’insoddisfazione nelle altre aree della nostra vita: chi lavora 15h al giorno, rinuncia alle ferie, non riesce a creare interessi e relazioni al di fuori del lavoro, si sottopone ad un “autosfruttamento volontario” e difficilmente potrà definirsi “felice”, perché avrà identificato la propria intera esistenza con il successo nel lavoro.
Trovare la motivazione sul lavoro vuol dire definire un progetto professionale per poi realizzarlo giorno dopo giorno, come se fosse un’opera d’arte. E’ necessario prima di tutto ascoltare se stessi, sentire cosa potrebbe accendere la nostra passione; scoprire quali sono i campi professionali a noi più vicini (se siamo attratti dalle Scienze della natura o dall’Arte, difficilmente saremo motivati lavorando 10h al giorno in un ufficio della Tiburtina Valley…). La massima aspettativa è quella di riuscire a trovare la propria vocazione, cioè la chiamata a un lavoro che ci assorbe totalmente, che ci gratifica immensamente e va oltre la nostra stessa esistenza.
Chi è consapevole e soddisfatto del proprio ruolo è in grado di definire obiettivi molto sfidanti e riesce a superare qualsiasi ostacolo. E’ un «dovere» per ognuno di noi scoprire chi è veramente e come vuole realizzarsi, capire qual è l’obiettivo che vuole raggiungere attraverso la propria opera professionale. E’ un processo di allenamento molto impegnativo a cui però ci sottoponiamo volontariamente: prima scoprendo i nostri punti di forza espressi o ancora da esprimere, per poi farli diventare, con l’allenamento quotidiano, dei poteri in grado di cambiare la realtà circostante (con i capi, i colleghi, i collaboratori). Se poi grazie ad una grande perseveranza, saremo capaci di dedicarci tutta la nostra passione ed impegno, potremmo farli diventare dei veri talenti.
In questo il Coach è un alleato che aiuta a scoprire i tesori che le persone non riescono a vedere in se stesse. Il Coach aiuta ad aumentare la consapevolezza sui motivi della demotivazione attuale: spesso il senso di malessere deriva dal fatto che per troppo tempo si è cercato di adattarsi senza successo ad una situazione insostenibile. Il Coach supporta il Coachee nell’individuazione dei desideri e degli obiettivi, aiuta a definire un piano di sviluppo delle competenze necessarie ed a scoprire e far esprimere le potenzialità per aumentare la propria influenza sul posto di lavoro. Se poi non sarà possibile comunque trovare soddisfazione nel lavoro attuale, il Coach aiuta nell’identificazione ed attuazione di un nuovo progetto professionale più in linea con le proprie aspirazioni. I risultati sono sorprendenti prima di tutto per noi Coach: è veramente gratificante vedere persone che solo un anno fa hanno intrapreso con me un percorso di Coaching ed oggi si sentono realizzate e motivate a migliorare ancora il loro nuovo progetto professionale.
Questi risultati e il loro benessere rappresentano per me la migliore spinta motivazionale.