L’autostima o Self-Confidence è una competenza che sul lavoro sta diventando sempre più importante: in una situazione in cui i lavori sono precari per definizione, la complessità è crescente, viviamo una condizione di costante cambiamento e la competitività globale aumenta… a chi lavora viene richiesto di avere sempre più competenze (per non parlare di chi un lavoro lo sta cercando…), flessibilità operativa, velocità decisionale e imprenditorialità personale.
A tutti può essere capitato di sentirsi insicuro in certe fasi della propria vita professionale, provando quella sensazione di sfiducia nelle capacità di prendere decisioni, di portare a termine correttamente un lavoro, di raggiungere gli obiettivi assegnati. Il primo effetto negativo di questi pensieri è sull’atteggiamento: la bassa autostima determina passività e l’accettazione di lavori che mortificano le nostre capacità, modestia (spesso falsa) o addirittura invidia nei confronti dei colleghi più scaltri di noi.
Tutto ciò influisce sulle relazioni con il nostro capo, con i colleghi e addirittura con i nostri dipendenti. Sì perché non tutti i manager sono caratterizzati da un super-ego e sono sempre in grado di prendere decisioni o risolvere problemi con grande facilità.
I sintomi di una bassa autostima si manifestano in maniera diversa a seconda del ruolo e del compito da svolgere, ma come dato comune molto spesso inizia da una sensazione di ansia che si manifesta già la mattina quando ci svegliamo (ben prima che suoni la sveglia!) e cominciamo a pensare preoccupati ai mille problemi e che abbiamo lasciato sulla scrivania la sera prima e che si sommano a quelli che si presenteranno appena arriviamo in ufficio. L’ansia, al di sopra di un certo livello, determina un deterioramento delle capacità cognitive e delle abilità sociali e relazionali. La conseguenza di ciò è che durante la giornata facciamo molta difficoltà a concentrarci, non riuscendo quindi ad acquisire correttamente nuove informazioni, ad elaborare idee ed a prendere anche le decisioni più semplici. Quindi, oltre che sul nostro stato d’animo, l’impatto maggiore si ha sull’efficacia del nostro lavoro e quindi sui risultati, che peggiorano radicalmente. Il rischio è che si crei una spirale negativa che fa aumentare l’insicurezza e la sfiducia nei nostri mezzi al punto che sul posto di lavoro facciamo di tutto per renderci invisibili, chiudendoci in noi stessi senza riuscire a intravedere uno spiraglio di luce o trovare le energie per reagire.
Ma quali possono essere le cause di una bassa autostima sul lavoro?
Un capo autoritario che si esprime in modo arrogante ed aggressivo o che ci giudica per ogni cosa che facciamo o diciamo, crea facilmente un clima di insicurezza sul luogo di lavoro. La conseguenza è che la paura di sbagliare determina il blocco della capacità di valutazione dei problemi e delle opportunità, così come di una buona comunicazione e del confronto tra colleghi. Come ci spiega Daniel Goleman in Leadership Emotiva, un rapporto “tossico” con il proprio capo determina nel collaboratore uno stato d’ansia perpetua e, in un contesto in cui qualsiasi forma di creatività e di iniziativa viene bloccata, molti se ne andranno, ma alcuni continueranno a subire e ad accettare passivamente le angherie del capo, incapaci di reagire, ma nello stesso tempo covando un profondo risentimento nei confronti dell’azienda. Spesso sono gli stessi manager autoritari ed accentratori ad avere basse aspettative nei confronti dei propri collaboratori e questo atteggiamento determina in loro una diminuzione della fiducia nel poter realizzare compiti leggermente più sfidanti: la conseguenza inevitabile sarà basso coinvolgimento e basse performance.
A volte sono gli errori e i fallimenti pregressi a determinare una profonda sfiducia nelle possibilità di successo. Purtroppo quasi sempre in Italia il fallimento ha un’accezione unicamente negativa, in quanto visto come un giudizio sul valore della persona. L’insuccesso viene vissuto come un trauma personale che non offre all’individuo nessuna possibilità di risollevarsi, fino a considerarsi lui stesso un fallito. Al contrario è noto che quasi tutti i personaggi che hanno raggiunto un grande successo professionale, sono prima incorsi in clamorosi fallimenti. Da Thomas Edison ad Albert Einstain, da Steve Jobs a Bill Gates, da Henry Ford a Soichiro Honda (respinto anche da Toyota Motor Corporation!), dagli insuccessi hanno capito che stavano sbagliando qualcosa. Si sono presi dei rischi, a volte sono ricaduti, ma con grande coraggio si sono sempre rialzati e alla fine ce l’anno fatta. E allora pensiamo a quante volte abbiamo deciso di non rischiare di fronte a nuove opportunità professionali per paura di non farcela, decidendo di rimanere nell’area di confort di un lavoro stressante o all’opposto troppo noioso, di cui ogni giorno continuiamo a lamentarci.
Un’altra causa della bassa autostima sul posto del lavoro deriva dalla presenza in molte aziende di una cultura organizzativa ispirata alla modello di “produzione ideale” di stampo Taylor-Fordista. Nel “metodo scientifico” orientato alla produzione di massa, l’efficienza produttiva si otteneva attraverso la standardizzazione delle attività produttive, la programmazione del lavoro nei minimi dettagli e l’elargizione di premi per il raggiungimento di risultati eccellenti (mentre i fallimenti venivano sempre penalizzati). Per fortuna oggi non esistono più situazioni alla “Tempi Moderni” di Charlie Chaplin, in cui l’operaio esegue e il manager controlla il rispetto degli standard. I leader performanti oggi devono saper ispirare, persuadere e motivare i propri collaboratori, anche se il loro obiettivo principale rimane quello di raggiungere gli obiettivi attraverso la massima efficacia ed efficienza delle operazioni. Un nuovo tipo di controllo da parte delle aziende oggi viene attuato attraverso la pressione sui risultati attesi, assegnando obiettivi (di risultato), basati su serie storiche e variabili incerte che generano un senso di urgenza che a sua volta fa aumentare il livello di ansia e di stress. Con la crisi inoltre nelle organizzazioni si è ridotto il numero di persone e il budget a disposizione, ne deriva che rispetto a qualche anno fa, oggi il lavoro deve essere svolto con una qualità sempre crescente e in tempi più brevi per fronteggiare la concorrenza globale, da un minor numero di persone e con meno risorse. E’ evidente che in questo contesto lo spirito d’iniziativa, la creatività, e il talento individuale non sempre vengono valutati positivamente. Ne consegue che in queste condizioni sono pochi coloro che riescono a vivere una condizione di benessere professionale e personale, ottenendo di conseguenza risultati soddisfacenti. Gli altri, in preda all’ansia da prestazione, faranno errori, otterranno numerosi fallimenti e verranno valutati (a fine anno) in funzione dello “scarto” rispetto all’obiettivo atteso, alimentando una crescente insicurezza e sfiducia nelle proprie capacità produttive e realizzative.
Ma allora qual è il modo per invertire questa tendenza?
Un percorso di Coaching Umanistico offre la possibilità, a chi percepisce un senso di sfiducia rispetto alle proprie capacità di successo, di iniziare un progetto di sviluppo del proprio potenziale facendo prima di tutto chiarezza su cosa rappresenta per lui il lavoro. In nome di un posto di lavoro e di uno stipendio sicuro spesso ci troviamo ad accettare lavori che non ci appartengono e che non hanno niente a che fare con le nostre competenze. Noi uomini in particolare, abbiamo pensato per una vita che il lavoro fosse dovere e sacrificio, che fosse normale annientarci sul posto di lavoro come abbiamo visto fare ai nostri padri (che però spesso faticavano anche fisicamente e non avevano bisogno di sfogarsi in palestra…). Oggi abbiamo un ruolo fondamentale anche quando torniamo a casa, dove giustamente dobbiamo e vogliamo essere parte della gestione della vita familiare (anche questa sempre più complessa). Per definire il nostro “progetto di realizzazione” professionale è necessario quindi raggiungere una nuova consapevolezza su quali sono i nostri punti di forza e le nostre passioni (cosa ci piace fare e sappiamo fare bene), quali sono le potenzialità da allenare per farle diventare competenze e sviluppare i nostri talenti. Le motivazioni verranno da ciò che considereremo importante per noi: saranno le motivazioni intrinseche a fornirci l’energia realizzativa e a spingerci a fare bene, perché hanno un significato ben più importante delle motivazioni estrinseche. Alla speranza di fare carriera, di uno stipendio più alto, o di raggiungere i bonus e benefit aziendali, contrapporremo la possibilità di esprimere le nostre attitudini, passioni e vocazioni. Il raggiungimento degli obiettivi di risultato (sfidanti, ma raggiungibili), rimane il compito prioritario, ma ora ci attiveremo per raggiungere gli obiettivi di processo e quelli di “competence”, gli unici che sono totalmente sotto il nostro controllo e che rappresentano il riscontro dell’efficacia delle nostre azioni (vedi articolo “La trappola degli obiettivi”).
Con un piano d’azione specifico, comincerà un allenamento intenzionale che ci permetterà di aumentare la nostra proattività e con il miglioramento delle competenze cominceremo ad avere il riscontro dei risultati. Con i primi successi aumenterà la nostra efficacia e di conseguenza la nostra fiducia di riuscire a raggiungere obiettivi più sfidanti, cioè aumenterà la nostra autostima.
Ecco che avrà inizio un circolo virtuoso in cui anche gli errori e i fallimenti verranno considerati come occasioni di apprendimento e crescita. Entreremo sempre più spesso in uno “stato di flow”, cioè in quella condizione di armonia e benessere che ci fa sentire totalmente immersi in quello che stiamo facendo e in cui, a fronte dell’incremento delle nostre competenze specifiche, aumenterà l’efficacia delle nostre azioni. Con l’allenamento costante, aumenta anche la convinzione di poter accettare nuove sfide trovando in noi stessi le risorse migliori, fino ad intraprendere un circolo virtuoso verso il miglioramento continuo. Il nostro crescente benessere influisce positivamente anche sulle relazioni con i colleghi perché migliorerà il nostro modo di comunicare: aumenterà la nostra assertività e la nostra positività, ma saremo finalmente in grado, quando necessario, di dire “no”. Ecco quindi che il nostro progetto di “felicità sul lavoro” comincia a prendere forma: fare ciò che ci piace e sappiamo fare meglio, avendo la possibilità di utilizzare le nostre competenze, lavorare in un contesto in cui le nostre idee vengono prese in considerazione, dove ogni giorno abbiamo l’opportunità di imparare qualcosa, in cui l’ambiente è piacevole e stimolante e dove veniamo retribuiti il giusto.
A questo punto saremo liberi di rimanere nell’attuale posto di lavoro o decidere di cambiarlo, ora più consapevoli del nostro valore, di quello che vogliamo e di come realizzarlo.